IL PALLAMAGLIO
La Piazzetta del pallone, "dove se giocha a la bala", era secondo
Luigi Francesco Valdrighi, che la cita nel suo Dizionario
storico-etimologico delle contrade e spazii pubblici di Modena, pubblicato
in città nel 1880, "nelle vicinanze del Palazzo comunale, dalla parte
della contrada degli Scudari".
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| 2019 Via Pallamaglio |
Ma ai Modenesi piaceva soprattutto un altro gioco, quello della palla a
maglio. "Il pallamajo secondo le antiche cronache consisteva in due
pallottole in legno durissimo, della grossezza di un melograno, con certi
bastoni lunghi due braccia, che avevano da capo un mazzuolo di legno pur forte,
concavo all'un de' capi: con questo strumento scagliavansi le palle".
Un gioco micidiale, tanto che il cronista Lancellotti sgrida un
gruppo di ragazzi che lo giocavano in mezzo alla strada perché rischiavano di
far male ai passanti.
Un gioco che non passava di moda, tanto che Ludovico Antonio Muratori
nelle sue Antichità estensi (1717) ricorda come il duca Francesco I "molte
volte, sapendo il bisogno di qualche cavaliere di sua corte per disgrazie
accadute, sceglieva quel tale al gioco del pallamaglio e al tiro a segno con le
pistole e si lasciava vincere quella somma che voleva donare". Il gioco del pallamaglio ci introduce al tema di questo articolo: le
case popolari nella nostra città. A metà Ottocento esistevano due esempi
primitivi di "abitazioni popolari": l'edificio che costituiva la Porta
Sant'Agostino, progettato nel 1790 da Giuseppe Maria Soli, con cinque piani
di abitazioni, demolito tra il 1912 e il 1913, e il Pallamaglio, nei
pressi della Barriera Vittorio Emanuele II, entrambi gestiti dalla
Congregazione di Carità. Il Pallamaglio sorgeva nella piazzetta limitata dalla via omonima, "la
strada ove trovasi eretto il fabbricato detto del nuovo Pallamajo"
(1859), un edificio lunghissimo oggi irriconoscibile, una sorta di "casa
di ringhiera". A piano terra trovavano luogo i laboratori artigiani,
specializzati perlopiù nella costruzione di quegli altissimi letti in ferro
battuto, dai grandi molloni di sostegno; ai piani superiori, all'interno dei
ballatoi, un numero enorme di famiglie, ovviamente così poco silenziose che i
Modenesi di una certa età usano ancora l'espressione: "L'e un
palamai!" per indicare qualcosa di molto rumoroso.
C'era comunque anche molta solidarietà, tanto che gli abitanti del
Pallamaglio avevano fondato la società carnevalesca "Castellana", e
ogni anno il carro da loro allestito riceveva grandi applausi.
Ma tutto cambia, e alla fine degli anni Venti il destino del Pallamaglio
era segnato. Ceduto dalla Congregazione di Carità allo IACP, e venduto a
privati, costrinse al trasferimento centinaia di famiglie.
Ma, pur ristrutturato, Francesco Guccini lo riconosce nell'immediato
dopoguerra, e così lo descrive in Vacca d'un cane: "Scopri
un giorno, vicino alla Stazione Grande, che c'è una via del Pallamàglio, e di
fronte c'è proprio un grande palazzo, con archi archetti cancellate cortili,
misteriosamente illeso fra i mucchi di macerie intorno alla zona ferroviaria, e
lì deve starci un mucchio di gente, e quello è forse il prototipo, l'archetipo,
la Prima Idea Celeste di tutti i palamài".


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